martedì, 15 settembre 2009

Tutto questo ha un aspetto spettrale.

 Questo quartiere, questo silenzio, il balcone, i rivoli di fumo della sigaretta che si intrecciano salendo al cielo, la luce dei lampioni che si interrompe all'angolo della strada lasciando il buio in quel tratto di strada chiusa dietro i cassonetti.

Le forme che le cose assumono, qui, son terribili e un vecchio cavallucio a dondolo diventa un incubo.

Vecchi giochi di bambini in uno spazio buio di un vicolo cieco. Cos'altro serve per ricreare un incubo?

Nella casa di fronte, una finestra aperta. Credo sia una studentessa. Vedo solo la libreria di quel piccolo appartamento dal mio balcone. Lei? Lei l'avrò vista un paio di volte. Mentre ritirava qualche maglietta stesa ad asciugare, mentre usciva in minigonna attesa dal suo ragazzo al pianoterra.

Almeno credo sia il suo ragazzo. Ma, ovviamente spero di no. Potrebbe essere una bella storia d'amore quella che inizia fra due studenti con le stanze rivolte una di fornte all'altra, separati solo da un tratto di strada in cui non passa mai nessuno.

Potrebbe esser una bella storia d'amore, ora che finalmente sono libero.

Dopo che l'ho uccisa.

Lei, Eleonora, non meritava altro. Una ragazza egoista e traditrice. Vederla, dopo che lei aveva calpestato con così grande noncuranza prima il mio amore e poi la mia amicizia, mi provocava disgusto. Un disgusto tale che dissimulare mi risultava impossibile.

Come quando la vidi nell'aula studio della mia facoltà. Lei veniva a studiare in luoghi che erano, che sono i miei, parlava con miei amici, viveva nella mia vita, perchè lei era incapace, egoista come una bambina di pochi anni di vedere al di là del suo naso e di costruirsi una sua vita, delle sue amicizie. L'avrebbero vista per com'era, non attraverso di me e sarebbe rimasta sola, come meritava.

Quel giorno, all'università nel vederla, nel vedere che si voltava e subito dopo si volgeva di nuovo verso i libri facendo finta di non vedermi, mi venne il voltastomaco. Una smorfia deformò le mie labbra.

E lì capì che non accettavo che un inutile ammasso cellulare come lei vivesse. Mi disturbava nel più profondo dello spirito.

Mi volto di nuovo verso la zona d'ombra. Lì dove inizia il terreno incolto sul ciglio della strada asfaltata. L'ho seppellita là, dietro il muretto di pietra lavica e me ne sono disfatto.

Almeno, credo di averla seppelita lì. Certe volte non ricordo se l'ho fatto davvero o se l'ho solo immaginato.

"In ogni caso,  Eleonora, -penso- ucciderti è stato bello, ma dimenticarti è ancora più piacevole."

Così getto il mozzicone di sigaretta, guardo dal balcone la finestra di fronte e rientro in casa,

Non uno sguardo lì dove si cela il cadavere.

Così ogni volta che il ricordo di lei si appanna un po' di più, è bello come ucciderla ancora.

 

domenica, 27 gennaio 2008

 

 Il demone meditabondo.

... e nel momento esatto della sua morte, Romeo cominciò a ricordare.

Il suo amore impossibile con Giulietta, era iniziato molto, molto tempo prima, dunque. Prima ancora che il sole cominciasse a riscaldare la terra e che gli oceani si ritirassero, prima del caos primigenio, quel sentimento esisteva già.

Esso aveva un'altra forma, come un'altra forma avevano avuto lui e la sua Giulietta. Mille volti, mille nomi, in mille epoche, in altri mille luoghi.

All'inizio del tempo avevano potuto solcare i cieli con le loro bianche ali, avevano potuto vedere la Gloria dei Cieli così da vicino che nessun altro essere avrebbe potuto sopportare l'accecante visione e, immersi nella magnificenza della Luce Divina, avevano potuto conoscere il calore di un amore puro e perfetto.

Il Creatore, dall'alto della sua perfezione, del suo essere completo, non conosceva il sentimento; loro gli erano, se possibile, superiori. Neanche il Portatore di Luce si era avvicinato tanto.

Il Portatore di Luce... l'uomo... erano solo ricordi confusi e annebbiati di tempi lontani, ma man mano, nella mente di Romeo prendevano corpo, forma.

Il suo vero nome invece no; quello, come d'altra parte il nome della sua amata, rimanevano nascosti nel buio di meandri senza tempo.

L'uomo, ricordava, era stato la causa di tutto. Quando il Portatore si sentì tradito da Colui che aveva servito in luoghi e tempi che nessun uomo avrebbe potuto mai neanche immaginare, iniziò la guerra. Il Portatore non capiva, non poteva, neanche con tutta la forza della sua devozione, comprendere perchè ora gli fosse preferito un essere insignificante e incline all'errore come l'uomo, quel nuovo giocattolo di cui Ialdabaoth si era invaghito e con cui si trastullava continuamente, dimenticandosi di lui e dei suoi fratelli.

Romeo non potè sopportare e si unì al Portatore nella sua ribellione.

Giulietta, invece, per la prima volta, si schierò contro il suo amore, nelle file dell'esercito di Ialdabaoth.

I due amanti mai, prima di allora avevano dovuto affrontare la lontananza. Il dolore fu incommensurabile; sentirono che mai sarebbe esistito universo grande quanto la loro sofferenza. Dunque tradirono.

Si reincontrarono, ma furono scoperti, la loro tragedia inghiottita e dimenticata nel trambusto della Grande Guerra.

La condanna fu terribile, la loro espiazione sarebbe dovuta esser quella di reincarnarsi nei corpi di due esseri umani, destinati ad innamorarsi senza freni, ma anche destinati ad esseri divisi in modo tragico, in un continuo, triste gioco di rincorrersi e, senza volontà di farlo, scappare.

Così i loro nomi furono Romeo e Giulietta, Otello e Desdemona, Paolo e Francesca e mille altri ancora.

Non ricordavano mai la loro vita precedente, ma sempre e comunque, irresistibilmente si attrassero senza che la loro volontà potesse qualcosa sul sentimento.

Eppure Ialdabaoth e il Portatore non potevano immaginare che quando punirono i due amanti, loro avrebbero trovato comunque una via.

Perchè in quegli istanti senza tempo, prigioneri nel limbo, gli spiriti di Romeo e Giulietta si ritrovavano e, nonostante non riuscissero a ricordare il nome l'uno dell'altra, nonostante fossero ormai uno demone e l'altro angelo, riuscivano ad amarsi e reincontrarsi.

In quei pochi momenti, inconsapevoli, o forse semplicemente disinteressati, della loro condanna si sentivano nuovamente felici e completi. In quei momenti, lunghi come secoli e allo stesso tempo brevi come un respiro, nulla aveva più importanza, nè Ialdabaoth, nè il Portatore, nè l'uomo, nè il tempo stesso.

Una malinconica canzone

sabato, 12 maggio 2007

Un viandante

"E' sempre così freddo qui?"

"No, il clima di Edimburgo normalmente è molto più gelido... Sei troppo abituata al clima di casa nostra, mia cara..."

William osserva distrattamente la coppia di ragazzi uscire dal castello. Pur non avendo sentito le loro parole avrebbe scommesso sulla loro nazionalità. Ormai, dopo tanti anni passati a fare il custode all' Endiburgh Castle, sapeva riconoscere i turisti con un solo colpo d'occhio: la coppia di italiani in viaggio di nozze; la famigliola tedesca; la comitiva di francesi e l'immancabile inglesotto alla ricerca del fantasma del principe o della regina di turno, proprio come il tipo in impermeabile affacciato alla finestra in fondo al corridoio.

Dal primo giorno di lavoro al castello, venticinque anni prima, un mucchio di gente veniva a chiedergli se avesse assistito a qualche fenomeno paranormale, visto qualche fantasma, parlato, magari, con qualcuno di loro; lui rispondeva sempre in modo diverso, a seconda di chi gli domandava: al ragazzino esaltato raccontava storie terrificanti; alla donna di mezza età diceva del fantasma della dama morta per amore; al cinico assolutamente non disposto a credere a cotali sciocchezze, ma che domandava solo per far contento il figlioletto, narrava delle sue incredibili bevute di whisky in compagnia dell'ectoplasma del principe.

Poi, ogni sera alle 7.30 il  castello chiudeva alle visite. I turisti uscivano con la loro bella storia, lui rimaneva a chiudere tutto, a controllare che nei corridoi silenziosi e immensi fosse tutto in ordine.

Finito il turno, lasciava un fiore sul tavolo della stanza principale, prendeva il suo cappotto e tornava a casa a piedi.

Pensava. Pensava cosa spingesse la gente a credere nei fantasmi. Pensava cosa avrebbero fatto tutti quelli che quotidianamente al castello speravano ardentemente di incontrarne, se davvero si  fossero trovati faccia a faccia con uno di loro. Pensava al tempo e al suo scorrere. Alla possibilità di non essere stato una volta, ma di continuare ad essere in eterno, o magari pensava di essere sempre stato e che avrebbe, un giorno, smesso di essere; non sapeva. Si domandava perchè la gente alla ricerca di spiriti, fosse, in maggior misura, attratta dalle storie epiche e snobbasse le storie della gente semplice.

Mentre pensava queste cose, William si addentrava nelle viscere di Edimburgo, scendeva vie e viuzze fino a raggiungere i vaults, i sotterranei antichi della città.

<<Mary King's Close>> - recitava una piccola insegna turistica messa all'ingresso della viuzza in cui William entrò - <<Nel 1645 gli abitanti di Mary King's Close furono murati vivi nelle loro case a causa della peste. Si dice che ancora oggi i loro spettri aleggino in questi luoghi.>>

Tanta gente visitava Mary King's Close. Molti lasciavano dei doni a Mary, una bambina, la più piccola vittima di quella passata ecatobe. Peluches e giocattoli stavano su un angolo. William osservava in silenzio.

Poi si girò e chiese con voce flebile "Se solo poteste parlare, quante domande troverebbero una risposta..." Mary, nell'angolo opposto, guardava in basso con gli stessi occhi vuoti di tutti i fantasmi, quelli a cui William si era abituato con gli anni e che gli facevano distinguere gli appartenti al mondo dei vivi, dalle anime.

Poi si chinò, lasciò un fiore tra i giocattoli e i pelusches e tornò in silenzio, pensieroso più che mai, a camminare nella misteriosa notte di Edimburgo. 

Vicolo buio.

 




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